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PROPOSTE PER UN PROGRAMMA POLITICO SULLA SCUOLA PDF Stampa E-mail
Scritto da Stefano Dall'Agata   
Lunedì 11 Ottobre 2010 17:54

Ordine del giorno approvato dal Congresso Provinciale di SEL di Treviso del 10 ottobre 2010

Gruppo Scuola SEL di Treviso

La scuola italiana attraversa oggi una crisi veramente epocale che rischia di portarla al collasso, a causa sia di mali che vengono da lontano sia specialmente dei tagli attuati dal governo Berlusconi.

A Treviso un gruppo di insegnanti, ATA e studenti iscritti a SINISTRA ECOLOGIA LIBERTÀ ha dato vita ad un gruppo di lavoro sulla scuola che ha elaborato un contributo per la stesura del programma politico di SEL relativo alla scuola, un contributo per una proposta forte e organica che, nel promuovere una politica dell’istruzione con una visione di sinistra e alternativa a quella imperante della destra, candidi SEL ad essere il partito della scuola, degli insegnanti, delle famiglie. E quindi il naturale punto di riferimento per tutti coloro che non si riconoscono nella politica scolastica della destra e di Berlusconi, con la loro ideologia di sostanziale smantellamento della scuola pubblica, e neppure, però, nelle politiche finora portate avanti dal vecchio centrosinistra quando è stato al governo o anche dai banchi dell’opposizione.

Noi sentiamo la necessità di salvare la scuola italiana non solo dai pesanti tagli di spesa del governo Berlusconi, ai quali corrispondono ovviamente pesanti ricadute in termini di qualità del servizio al cittadino e occupazionali per il personale scolastico, ma anche dalle altrettanto pesanti riforme ordinamentali attuate o ancora solo ipotizzate dalla maggioranza governativa, dalla cosiddetta riforma epocale della Gelmini alle proposte di legge della pidiellina Aprea (scuola aziendalizzata) o della leghista Goisis (scuola regionalizzata); riteniamo perciò che la sinistra debba riprendere l’iniziativa sul piano culturale con uno sguardo a tutto campo, avendo in mente una scuola diversa da quella che sta costruendo la destra ma anche nuova rispetto a quella che esisteva prima. Noi proponiamo perciò una forte discontinuità col passato in ambito scolastico.

Abbiamo individuato una serie di punti programmatici qualificanti che, se attuati, potrebbero segnare un’autentica svolta delineando un modello di scuola non più impoverito ed aziendalizzato, come quello a cui intende giungere il governo della destra, bensì configurato come una comunità educativa democratica di qualità; una comunità nella quale si garantisca l’autonomia scolastica e la libertà d’insegnamento e con ciò il miglior servizio alle famiglie e alla società; una scuola avente un rilievo costituzionale in quanto impegnata nell’attuazione della Costituzione e dei suoi valori repubblicani.

Noi pensiamo che si debba migliorare l’organizzazione interna alla scuola in senso democratico e vogliamo perciò rendere veramente centrale il Collegio dei Docenti conferendo a quest’ultimo la facoltà di eleggere al suo interno il Preside con la funzione di coordinatore e primo referente della didattica, spostando le competenze gestionali e amministrative dell’attuale Dirigente Scolastico su una figura di matrice amministrativa che le coniughi con quelle del Direttore Generale dei Servizi Amministrativi. Al contempo pensiamo si possa alleggerire il lavoro del Collegio docenti istituendo un nuovo organo collegiale eletto al suo interno: il Senato della Scuola, ovvero un comitato ristretto a cui parteciperebbero di diritto anche i presidenti di dipartimento-materia (ovviamente eletti anch’essi) che governerebbe la scuola sul piano della didattica insieme al nuovo preside; il tutto mantenendo la sovranità generale al Collegio docenti. Con ciò riteniamo che si attuerebbe la prima grande svolta verso una comunità democratica della cultura.

Noi riteniamo che il sistema dell’istruzione debba avere un carattere unitario ed omogeneo per l’intero territorio nazionale: proponiamo che la competenza legislativa esclusiva in materia di istruzione torni allo Stato; ugualmente, l’arruolamento dei docenti dovrà continuare ad essere attuato con procedure a livello nazionale, mentre la carriera dei docenti dovrà mantenere l’attuale carattere unitario.

Il numero degli alunni per classe è un elemento essenziale per la qualità stessa dell’insegnamento: si dovrà tornare a quote alunni/classe che permettano la gestione ottimale delle classi e la dovuta attenzione per i soggetti deboli, rovesciando la politica attuata dal governo Berlusconi. La presenza di alunni stranieri in una classe dovrà poi abbassare il numero massimo di alunni consentito; riguardo questi, inoltre, si dovrà uscire dall’estemporaneità degli interventi che le scuole attuano oggi (talora anche con risultati lodevoli) e prevedere una organizzazione specifica, anche con insegnanti di italiano per stranieri e organizzazione flessibile dei gruppi-classe per costituire gruppi di approfondimento linguistico.

In questa logica di attenzione per i soggetti deboli va rafforzato il sostegno all’handicap, sempre più impoverito di risorse negli ultimi anni. E nella logica dell’arricchimento culturale dell’offerta formativa va istituito il ruolo specifico del “bibliotecario di scuola”.

Per dare efficacia all’azione formativa anche in termini di stabilità dell’organico si deve tornare a parlare di organico funzionale e attuarlo veramente; inoltre pensiamo che vada difesa la specializzazione dell’insegnante per garantire la qualità dell’insegnamento, escludendo perciò la “flessibilità” prevista dalla legge 133/08 con nuovi accorpamenti delle classi di concorso di insegnamento.

Va difeso il sistema dell’istruzione anche da eventuali riduzioni del numero complessivo di anni che costituisce attualmente il percorso scolastico degli alunni.

Deve cessare la politica di disinvestimento sulla scuola perseguito ormai senza pudore; sulla scuola si deve tornare ad investire risorse, con le quali si dovrà anche dare stabilità ai docenti mettendo a ruolo tutte le cattedre vacanti e perciò storicamente affidate a docenti precari, che vanno quindi assunti definitivamente e non espulsi dalla scuola, come sta drammaticamente accadendo; ciò comporterebbe inoltre un immediato vantaggio per gli utenti in termini di continuità didattica. Deve anche cessare il finanziamento pubblico alle scuole private, a meno che queste non accettino di garantire uguale trattamento ai loro docenti rispetto a quelli della scuola statale e di assumerli con le stesse modalità ed attingendo dalle stesse liste; e si devono dare adeguati fondi alle scuole pubbliche che non devono più chiedere contributi economici alle famiglie per poter funzionare adeguatamente.

Si devono restituire alla scuola gli 8 miliardi di euro sottrattile coi “tagli” della legge 133 del 2008 in termini di qualità del servizio e di lavoro e dignità per chi opera nella scuola; va abrogata quella parte della finanziaria dell’estate 2010 che sospende per tre anni contratto e anzianità di servizio; si deve alzare la spesa per l’istruzione in rapporto al PIL portando l’Italia ai primi posti in Europa, invece che agli ultimi come è attualmente. Siamo consapevoli dei problemi della finanza pubblica, ma un Paese serio e lungimirante non disinveste sul sapere: si facciano risparmi in altri settori meno vitali come le spese militari, gli interventi all’estero, le opere pubbliche inutili come il ponte di Messina, le centrali nucleari, o altro.

Proponiamo che la scuola statale diventi più laica e che dunque l’ora di religione cattolica, fatta salva l’occupazione degli attuali insegnanti di religione in quanto per noi il lavoro è sempre sacro e va difeso, sia trasformata in un’ora di storia delle religioni; la modalità di assunzione dei docenti andrebbe riformata, abolendo le competenze dei vescovi in materia e riportandola alle modalità comuni a tutti gli altri insegnanti, eventualmente aprendo una fase di revisione del Concordato con la Chiesa cattolica.

Negli Istituti tecnici vanno rafforzate le ore di laboratorio che i Regolamenti Gelmini hanno ridotto: non si capisce infatti come una scuola possa essere di qualità non facendo fare un’adeguata esperienza pratica di ciò che si insegna sul piano teorico.

Nella scuola primaria (ex elementari) riteniamo ancora valido il sistema dei moduli, che con la contemporaneità (o compresenza) permetteva un lavoro d’equipe e consentiva di evidenziare meglio i problemi e di seguire gli alunni in difficoltà, anche facendo attività differenziate. Inoltre pensiamo che si potrebbero utilizzare tecnici ATA, con la loro specifica professionalità, anche nella scuola primaria.

Con l’obiettivo di migliorare la qualità dell’insegnamento vanno destinate grandi risorse alla formazione permanente degli insegnanti; infine si deve agevolare il rapporto tra i diversi ordini di scuole, superando l’attuale sostanziale impermeabilità reciproca.

 
Scuola: pensiamo al futuro PDF Stampa E-mail
Scritto da Treviso   
Mercoledì 21 Luglio 2010 15:01

 

LA SCUOLA ITALIANA di OGGI e di

DOMANI:

verso il baratro o verso nuove prospettive?

 

di Stefano Fumarola

 coordinamento provinciale di Treviso di Sinistra Ecologia Libertà

 Sommario: 1. Premessa / 2. I tagli alla spesa e al servizio / 3. I Regolamenti Gelmini / 4. La proposta di legge Aprea / 5. La nuova scuola della Destra / 6. Una visione alternativa / 7. Alcune proposte operative (per cominciare).

 1. Premessa

 L’attuale legislatura, segnata dalla maggioranza PDL-Lega Nord e dal governo Berlusconi, lascerà un’impronta pesante sulla scuola italiana in termini sia di generale riduzione del servizio al cittadino, sia di cultura politica che governa il sistema scolastico, sia di crisi occupazionale per tanti insegnanti e ATA.

Noi, militanti di SINISTRA ECOLOGIA e LIBERTà che crediamo in una scuola diversa da quella della destra, in una scuola democratica e qualificata e anche – diciamolo pure – repubblicana, inserita a sua volta in una società più giusta che essa contribuisce a creare, non possiamo limitarci a protestare a ogni nuovo atto del governo cercando di ridurre il danno, dobbiamo invece proporre un modello radicalmente diverso di scuola, diverso nella sua filosofia di fondo e nella sua organizzazione, un modello che coniughi la qualità del servizio al cittadino con la libertà d’insegnamento e con la democraticità dell’istituzione scolastica.

Nelle righe che seguono cercherò di inquadrare brevemente la situazione della scuola oggi in Italia individuando alcune trasformazioni in atto e future, e proponendo poi una strada alternativa, senza con ciò pretendere di delineare un quadro completo ed esaustivo della questione scolastica oggi ma dando un contributo di idee che spero sia utile.

 

 

 

2. I tagli alla spesa e al servizio

 

Il governo Berlusconi ed il suo ministro dell’Istruzione Gelmini, con la loro maggioranza PDL-Lega Nord, stanno portando avanti un attacco senza precedenti contro la scuola statale sia in termini di qualità che di occupazione.

Con la legge 133 del 2008, uno dei primi atti normativi della maggioranza che aveva appena vinto le elezioni e che, sia chiaro, non è una legge sulla scuola ma la finanziaria triennale, il che la dice lunga sulla ratio che muove questa serie di misure, con quella legge – dicevo – all’articolo 64 il governo individuava tutta una serie di interventi volti a risparmiare otto miliardi di euro entro il 2012, tra cui la revisione del rapporto studenti per classe, l’accorpamento delle classi di concorso <>, la <>, la ridefinizione dell’istruzione per gli adulti.

Ognuno di questi interventi è pesante. Si pensi che le classi di concorso definiscono e raggruppano le materie che un docente, con un certo titolo di studio e una determinata abilitazione, può andare ad insegnare: accorpare classi di concorso significa, per spiegarlo ai non addetti ai lavori, ampliare le possibilità di utilizzo dello stesso docente accorpando le materie ritenute affini e affidandone l’insegnamento allo stesso docente (per esempio italiano e storia, oppure storia e filosofia, e così via). Questo accade già, come tutti sanno, ma si possono prevedere ulteriori accorpamenti sempre più “arditi” – mi si conceda il termine; ciò significa che in futuro potrebbe venir meno una forte specializzazione del docente nella propria materia di insegnamento, cosa che infatti sembra non interessare a questo governo (vedi sotto quanto scrivo a proposito di essenzializzazione). E la qualità dell’insegnamento mi sembra ovvio che significhi anche conoscenza approfondita di quanto si vuole trasmettere agli allievi, a cominciare dall’interesse e dall’amore per ciò di cui si parla in classe. L’intercambiabilità dei docenti (il governo parla nella legge 133 espressamente di flessibilità) non preannuncia dunque niente di buono ed apre la strada all’utilizzo di quegli “esperti” con contratti d’opera previsti dai Regolamenti Gelmini di cui parlo più avanti. Per essere chiari: prima impoverisco la qualità dell’insegnante e lo rendo di basso profilo, poi sono costretto a chiamare gli esperti esterni, i quali poi finiscono col delegittimare ulteriormente i docenti interni (a questo punto ovviamente inesperti agli occhi degli studenti).

Successivamente il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR) preparava un piano programmatico globale per attuare quanto previsto dalla legge 133, arrivando a quantificare in 87.400 docenti e 44.500 ausiliari-tecnici-amministrativi (ATA) in meno gli esiti degli interventi di riduzione del personale al termine di un processo che noi potremmo definire di “macelleria sociale” (ma presentando in primavera la manovra finanziaria di quest’anno cosiddetta “anti Grecia” che andava a colpire duramente il pubblico impiego e la scuola col blocco dei contratti e dell’anzianità di servizio per tre anni, con un danno stimabile nel corso degli anni – per i suoi effetti sommativi e strutturali – anche in decine di migliaia di euro per ogni dipendente della scuola, gli esponenti del governo non adducevano il pretesto che gli statali non hanno finora pagato la crisi e che non rischiano il posto, diversamente dai privati? E questi cosa sono?!) .

Nel piano si parlava anche di <> dei piani di studio da perseguire e attuare nella nuova scuola: cioè, in pratica, per far stare i programmi scolastici dentro un contenitore-scuola ridotto nella sua dimensione e reso di più difficile gestione, si indicava la soluzione di semplificare quanto si insegna a scuola; qui il rischio che si finisca col far perdere agli studenti il senso della complessità delle cose favorendo superficialità, schematismi e banalizzazioni e/o riducendo i contenuti mi sembra del tutto evidente. E mi domando se in una società complessa come l’attuale non vada invece insegnato ai giovani il senso critico e la cultura della sfumatura, dell’approfondimento, del dubbio, affinché siano poi cittadini pienamente responsabili, attenti, autonomi nelle decisioni piuttosto che macchinette obbedienti.

Quindi alcuni provvedimenti hanno avviato l’operazione. Innanzi tutto si è proceduto all’abolizione dei moduli nella scuola primaria (cioè alle elementari), decisa improvvisamente al di fuori di un dibattito culturale sulla loro efficacia e con la sola esigenza di fare cassa riducendo drasticamente il numero delle maestre. E la cosa è tanto più grave se si pensa che i moduli significavano un lavoro d’equipe coi bambini della stessa classe e quindi un approccio di gruppo piuttosto che individuale nella delicatissima età infantile; inoltre con maestre diverse per le diverse materie si dava sin da subito ai bambini l’idea che il sapere è qualcosa di specialistico, e quindi importante, indipendentemente dall’eventuale semplicità della cosa insegnata. Il governo ha così cancellato con un tratto di penna un’esperienza didattica importante, proponendo all’opinione pubblica l’argomento che “una volta alle elementari c’era una sola maestra e andava bene così”: peccato che nel frattempo la società sia cambiata (sbaglio o la televisione era in bianco e nero, senza interruzioni pubblicitarie e con soli due canali, tanto per dirne una? Torniamo all’antico anche per la TV, visto che tanto si stava bene lo stesso?).

Poi si è ridotto il tempo scuola sia alle elementari che alle medie.

Ed infine è stato aumentato il numero degli alunni per classe in tutti gli ordini di scuola. Quest’ultima cosa ha immediatamente abbassato la qualità dell’attività scolastica, non foss’altro che per la gestione degli spazi, senza parlare del problema della sicurezza connesso con l’affollamento delle aule, problema serio e che esiste (con che ordine e disciplina defluiranno in caso di emergenza 30 alunni da ambienti pensati per 25, da file di banchi per tre invece che per due? E cosa dire del ricambio dell’aria che costringe a lasciare aperte la finestre anche in inverno durante la lezione?). Ma è ovvio che aumentando gli studenti in classe si colpisce specialmente la qualità della didattica e si riduce la portata degli interventi individualizzati, a tutto discapito degli alunni più deboli, che rischiano di essere abbandonati a sé stessi o di vedere comunque diminuire la portata dell’attenzione prestata loro.

Tutto ciò veniva propagandato dal governo come razionalizzazione e miglioramento del sistema scolastico, dimenticando di spiegare alle famiglie, ed ai cittadini tutti, in che modo decine di migliaia di docenti e ATA in meno, minor tempo a scuola, studenti ammassati nella aule e contenuti “essenzializzati” significhino miglior qualità.

 

3. I Regolamenti Gelmini

 

Intanto il governo metteva mano alla secondaria superiore (licei, tecnici e professionali) coi cosiddetti Regolamenti Gelmini sul riordino dei Licei, degli Istituti Tecnici e degli Istituti Professionali, approvati dal Consiglio dei Ministri il 4 febbraio 2010. Senza voler qui entrare in una dettagliata analisi tecnica, notiamo subito che anche qui si parte da una riduzione generalizzata delle ore scolastiche e che tra queste si tolgono ore alla pratica di laboratorio negli istituti tecnici, come se imparare ad applicare ciò che si studia sul piano teorico non fosse una cosa fondamentale e ancora caratterizzante in senso positivo i nostri istituti tecnici.

Ridurre le ore dei piani di studio non basta, perché c’è un’altra novità: dopo il primo biennio (classe prima e seconda) il triennio si sdoppia in un secondo biennio (classe terza e quarta) ed in un anno conclusivo (la quinta); ciò sembra predisporre sin d’ora un possibile futuro intervento normativo che elimini il quinto anno, cosa che secondo me sarebbe grave perché non solo toglierebbe un anno di scuola (e per me la scuola è un valore in generale), ma anche perché eliminerebbe la fascia d’età più matura, quella con cui si possono fare ragionamenti più complessi e meno superficiali. E magari così facendo si darebbe invece spazio alle varie Agenzie per la formazione che avrebbero più clienti per i loro corsi, resi tanto più appetibili agli occhi di ragazzi che usciranno da una scuola “essenzializzata” anche sul piano delle competenze tecniche e professionali. Se la questione è quella di armonizzare la scuola italiana con la tendenza generale europea a concludere il percorso scolastico a 18 anni (ci avevano pensato in modi diversi sia il ministro Berlinguer dell’Ulivo sia il ministro Moratti nel precedente governo Berlusconi) penso che dovremmo avere il coraggio di dire una volta per tutte che le armonizzazioni in Europa si devono fare al rialzo e non al ribasso.

Inoltre ci sarà l’aumento degli spazi di “flessibilità” delle diverse scuole nell’orario delle lezioni, fino al 35% nei tecnici ed al 40% nei professionali. Ciò contrasta con quell’idea di scuola statale omogenea sul piano nazionale che dobbiamo proporre: noi non vogliamo una scuola-spezzatino e localistica, organizzata sulle specifiche esigenze di addestramento degli industriali locali, bensì una scuola che dia agli studenti una vera istruzione con un respiro piuttosto europeo e che li abitui a pensare criticamente sulla base di solide conoscenze. Dobbiamo perciò respingere un modello di scuola che per seguire gli interessi locali e anche privati possa giungere a configurarsi come luogo dell’addestramento acritico e obbediente, una scuola nella quale, tra l’altro, si potranno costituire dei Comitati tecnico-scientifici composti oltre che dai docenti anche da <> di cui sto parlando. Penso che noi di SEL dobbiamo invece, a tal proposito, salvaguardare la professionalità e la centralità del Collegio dei Docenti di ogni Istituzione scolastica a difesa della libertà d’insegnamento e dell’indipendenza della scuola dagli interventi delle imprese o, un domani, magari in forma mascherata, anche eventualmente dei partiti.

 

4. La Proposta di Legge Aprea

 

L’attacco alla scuola pubblica viene portato avanti anche dalla Proposta di Legge presentata dall’on. Aprea (PDL, ex Forza Italia, sottosegretario all’Istruzione della Moratti e ora presidente della Commissione Cultura della Camera dei Deputati) presentata, dicevo, all’inizio dell’attuale legislatura e mirante a scardinare radicalmente il vigente assetto ordinamentale della scuola italiana. Con essa emergono chiaramente la volontà di radicale trasformazione e la prospettiva ideologica che stanno alla base della politica scolastica del governo Berlusconi e nella quale si inseriscono anche i tagli alle risorse e le correlate riforme attuate, o attuande, di cui sopra s’è parlato.

Di tale proposta di legge esistono diversi testi e si vedrà quale sarà quello definitivo, ma essa ci è comunque utile per capire la cultura scolastica della maggioranza come fosse una sorta di manifesto programmatico: è possibile infatti individuarne i punti cardine e la filosofia di fondo.

La proposta Aprea, pensando alla secondaria superiore, apre la strada alla costituzione di fondazioni e consorzi con soggetti pubblici e privati, o con altre fondazioni, o associazioni di genitori o di cittadini, o con organizzazioni non profit. Poi trasforma l’attuale Consiglio d’Istituto in un Consiglio d’Indirizzo (nome certamente più edulcorato rispetto a quello di Consiglio d’Amministrazione previsto in una prima stesura) il quale <> e, tra le altre cose, delibera il piano dell’offerta formativa (POF).

Ma il colpo forse più pesante all’attuale ordinamento è l’abolizione del Collegio dei Docenti, nella prima versione già ridotto a un organo che doveva riunirsi obbligatoriamente all’inizio dell’anno scolastico per poi lavorare con le sue articolazioni, ora semplicemente abolito e sostituito dai <>. E’ appena il caso di ricordare che invece attualmente il Collegio dei Docenti è quell’organo collegiale che nelle scuole ha in mano il governo della didattica e che ha attualmente (e aveva anche nella prima versione del testo Aprea) la facoltà di elaborare il POF, adottato poi dal Consiglio d’Istituto con sua delibera. Con questa riforma verrà meno quell’elemento centrale dell’autogoverno scolastico (e stiamo parlando della scuola dell’autonomia scolastica!) sul versante della didattica che è oggi il Collegio dei Docenti, garante della libertà d’insegnamento e contrappeso dell’attuale Consiglio d’istituto e del Dirigente Scolastico; e in futuro, dunque, forse vedremo il Dirigente Scolastico elaborare il POF insieme ai privati presenti nella Fondazione per poi farlo approvare dal Consiglio d’Indirizzo, dove i docenti saranno una minoranza.

Altra novità fondamentale prevista dalla proposta Aprea è poi quella che va a stravolgere il sistema del reclutamento dei docenti: questi, sempre più deboli e ormai ridotti ad essere meri impiegati, verranno assunti con concorsi a livello di reti di scuole (mentre in un primo momento si prevedeva il concorso bandito dalle Istituzioni scolastiche): è il modello americano e dell’azienda. Ci vorrà molto perché poi qualcuno parli di facoltà di licenziamento a livello di scuola (se ti assumo, ti devo poter licenziare) ?

Dulcis in fundo, i docenti saranno divisi in tre diversi livelli di carriera e di stipendio, con relative valutazioni periodiche da parte di una commissione presieduta dal Dirigente Scolastico. Ma si badi bene che il contingente massimo dei due livelli superiori verrà stabilito dal MIUR di concerto col Ministro dell’Economia e Finanze, non sulla base del merito in assoluto. Tornerebbero così le differenziazioni di carriera già inventate a suo tempo dal ministro dell’Istruzione Berlinguer (governo dell’Ulivo) e a suo tempo respinte dai docenti e naufragate. Ed è del tutto evidente che con l’articolazione della professione docente in tre distinti livelli la qualità della scuola e dei docenti non c’entra nulla (se no, cosa c’entrerebbe il Ministero dell’Economia se si dovesse solo premiare il merito in assoluto?) : si vuole solo dare uno stipendio dignitoso ed europeo a pochi invece che a tutti, facendo economia ancora una volta sulla pelle degli insegnanti e della loro dignità. Inoltre si può aggiungere che farebbe senz’altro comodo dividere la categoria dei docenti e quindi frantumarne la capacità reattiva sul piano politico e sindacale.

Mi si lasci dire infine, essendo da lungo tempo iniziata la propaganda per rendere bene accetta e fattibile la divisione dei docenti indipendentemente dalla proposta Aprea, con argomenti sostanzialmente centrati sul fatto che oggi “solo l’anzianità di servizio e quindi lo scorrere del tempo segnano la carriera dei docenti”, mi si lasci dire - dicevo – che l’anzianità di servizio significa esperienza e consolidamento della professionalità, elementi centrali più che mai nel rapporto con bambini e ragazzi ed in un lavoro delicato come l’insegnamento, nel quale possiamo dire che ogni anno i docenti stessi imparano e cambiano qualcosa nella relazione coi discenti: quindi nella scuola l’anzianità di servizio è un valore in sé e significa costante miglioramento grazie all’esperienza.

Ma torniamo a noi. Nella nuova scuola modello Aprea, coi docenti in queste condizioni di sudditanza, ci potranno ancora essere libertà di pensiero e di insegnamento? Su queste basi che abitudine al pensiero critico e libero si trasmetterà agli studenti?

E teniamo presente che già oggi, nella situazione attuale, c’è chi cerca di intimidire gli insegnanti se essi esercitano la loro libertà di opinione contrastando la politica governativa in materia scolastica; e lo si fa invocando, a torto o a ragione, il Codice di comportamento dei dipendenti della Pubblica Amministrazione, che all’articolo 11 afferma che <>.

Mentre con la legge 150 del 2009 (legge Brunetta) sono stati superati, in ambito disciplinare, quei Consigli di Disciplina nazionale e provinciali che prima, con la presenza dei docenti al loro interno, garantivano che non venisse utilizzato lo strumento disciplinare per adottare misure intimidatorie verso insegnanti magari “scomodi”; ora tutto è devoluto alla competenza dei responsabili dell’Ufficio.

 

5. La nuova scuola della Destra

 

Guardando dunque la varie riforme di risparmio e la proposta Aprea (indipendentemente da come questa procederà in Parlamento) ed incrociandone contenuti ed effetti, è possibile vedere con chiarezza la prospettiva tecnocratica, aziendalista ed americanista della politica scolastica di questo governo PDL-Lega Nord: ci sarà un Dirigente Scolastico burocrate ma anche manager a cui si affiancherà un Consiglio d’Amministrazione (o d’Indirizzo) legato anche agli interessi dei privati locali o magari dei partiti politici, con i docenti assunti direttamente dalle scuole e ridotti al ruolo di esecutori tecnici.

Ciò avverrà, tra l’altro, in un sistema scolastico sempre più differenziato tra scuole (e relativi studenti) ben finanziate dai “partner” delle fondazioni ed altre meno ricche, e quindi di serie A e serie B, e sempre più differenziato anche da territorio a territorio (se un’area geografica è povera o in crisi, che finanziamenti può dare col sistema delle fondazioni?).

Il tutto in un contesto di progressivo arretramento dello Stato dall’Istruzione.

Ma c’è anche chi l’arretramento dello Stato lo intende in altro modo: sostituzione delle Regioni allo Stato. Infatti la deputata della Lega Nord on. Goisis il giorno dopo le elezioni regionali di questo 2010 ha presentato a sua volta una Proposta di Legge con la quale intende far passare dallo Stato alle Regioni tutte le competenze riguardanti la gestione dell’istruzione, destrutturando così il sistema scolastico nazionale.

In un modo o nell’altro, dunque, la maggioranza governativa intende porre fine alla scuola statale.

E le prospettive negative non finiscono necessariamente qui. Se pensiamo all’importanza decisiva che ha avuto dagli anni ’80 la politica tatcheriana (e reaganiana) nel riproporre una cultura politica di destra antistatalista, rendendola nei decenni sostanzialmente dominante in Europa, teniamo d’occhio quanto succede in Gran Bretagna; lì il manifesto programmatico del Partito Conservatore di Cameron, che poi ha vinto le elezioni inglesi del maggio scorso, riguardo istruzione e sanità parla di devoluzione di scuole ed ospedali a cooperative di insegnanti e medici: è l’uscita dello Stato da questi settori. Aspettiamo che qualcuno ci pensi anche in Italia?

 

6. Una visione alternativa

 

Lo scenario che ci si presenta davanti è dunque decisamente a tinte fosche, tanto più se pensiamo che dai tempi dell’Ulivo il centro-sinistra non ha saputo esprimere una cultura scolastica apertamente e chiaramente alternativa a quella della destra. Anzi, è proprio coi governi dell’Ulivo del ’96-’01 che abbiamo avuto la trasformazione del Preside in Dirigente Scolastico (primo passo per quello che oggi potrà fare la destra) ed i tentativi abortiti di dividere i docenti con la cosiddetta carriera (il famigerato “concorsone”) e di ridurre di un anno il percorso scolastico degli studenti. Sembra dunque che una comune cultura scolastica leghi una certa destra con certo centro-sinistra (solo la cultura scolastica?).

E’ ora che a sinistra parta una reazione che dovrà essere culturale e politica insieme, che proponga una scuola diversa per una società che vogliamo diversa, più giusta, più socialista. E penso che questo sia un compito che dovremo assumerci noi di SEL. Non ci deve bastare il dire che vogliamo andare in un’altra direzione, che non vogliamo la scuola aziendalista e tecnocratica, o regionalizzata, o privatizzata: dobbiamo aver chiaro in mente che tipo, che modello di scuola vogliamo in positivo, ricordando sempre anche noi che la scuola è lo specchio della società, o almeno del suo futuro, e che sui banchi di scuola si contribuisce a delineare la cultura generale di una società, intendo dire i suoi valori condivisi.

Noi di SEL dobbiamo avere una proposta forte ed organica per puntare a difendere e costruire o ricostruire – se necessario – una scuola che si connoti come una comunità educativa e culturale democratica e che sia una palestra viva di valori repubblicani: democrazia, laicità, tolleranza, uguaglianza tra i cittadini, abitudine al pensiero libero e critico; una scuola nella quale si ritrovino nella stessa classe, gomito a gomito, alunni e studenti diversi per idee, culture, origini, classe sociale, ragazzi che la vita e la società forse dividono ma che almeno a scuola dialogano, si integrano, fanno comunità. Una scuola, dunque, che si faccia promotrice di una società più democratica e più coesa, non divisa da steccati sempre più alti e d’ogni tipo.

Per noi la scuola dovrà essere necessariamente statale ed offrire in un quadro unitario nazionale lo stesso servizio con la stessa qualità in tutte le aree del Paese e per tutte le classi sociali. Dovrà essere una scuola di grande qualità e al tempo stesso impegnata nell’inclusione dei soggetti deboli, ai quali dovrà offrire opportunità adeguate; una scuola che non farà della competizione permanente un valore da diffondere.

Infine vi dovrà essere garantita la libertà d’insegnamento e la dignità degli insegnanti, nella consapevolezza che la professionalità dei docenti – valore anch’esso primario – non può esserne scissa e che queste si esercitano e si consolidano anche tramite l’autogoverno della comunità scolastica di cui i docenti fanno parte.

 

7. Alcune proposte operative (per cominciare)

 

Per rendere concreto quanto sopra e cominciare a costruire la nuova scuola democratica penso che noi di SEL dovremo proporre l’elezione del Preside (in quanto responsabile della didattica) da parte del Collegio dei Docenti, trasferendo gli aspetti tecnico-amministrativi e di controllo della legalità ad un Dirigente amministrativo di nomina ministeriale, unificando con quest’ultimo le figure degli attuali Dirigente Scolastico e Direttore Generale dei Servizi Amministrativi; in tal modo si esalterebbe la centralità del Collegio dei Docenti nella didattica e la democraticità interna del sistema di autogoverno dell’autonomia scolastica.

Dovremo poi riportare con chiarezza allo Stato tutte le competenze legislative in materia di Istruzione per garantire un quadro unitario nazionale al sistema scolastico; e in tal senso dovremo mantenere concorsi nazionali per l’arruolamento dei docenti, da indire con regolarità a differenza di quanto avvenuto finora.

Dovremo impegnarci per tenere i partiti e gli affari fuori dalla porta delle scuole, senza con ciò escludere il rapporto col mondo della produzione in assoluto, ma intendendolo come collaborazione, non come “al servizio di”; e dovremo piuttosto impegnarci per garantire la libertà d’insegnamento e d’opinione, anche rivedendo il dlgs 150 (di per sé da modificare per tanti aspetti ma non è questa la sede per affrontarli) ed alcuni aspetti del Codice di Comportamento dei dipendenti della Pubblica Amministrazione, a scanso di equivoci.

Nel contrastare quanto previsto dalla proposta Aprea dovremo respingere con forza la divisione dei docenti con le “carriere” ed impegnarci a difendere piuttosto l’unità della professione docente.

A proposito di unità dei docenti – ma ora penso a tutto il personale – ritengo sia giunto il momento che come partito e come militanti ci si attivi per giungere all’unità sindacale (quella vera, non fugaci alleanze o accordi per manifestazioni occasionalmente unitarie), unico strumento per dare forza ai lavoratori della scuola tutti, unità che questi chiedono a gran voce e da tempo; so bene che non è realistico parlare di scioglimento o fusione dei sindacati attuali, spesso radicalmente divisi e molti dei quali fanno anche parte di confederazioni, penso però che si potrebbe puntare su una “Federazione della Scuola” a cui i sindacati cedano la sovranità per le trattative contrattuali e per la presenza sindacale in genere, configurandosi essi al suo interno come componenti organizzate. E’ un’impresa difficile ma credo che la capacità di resistenza e mobilitazione sarebbero moltiplicate e la scuola potrebbe diventare un interessante laboratorio per la costruzione in generale, intendo dire anche per gli altri settori, di un nuovo Sindacato unitario dei lavoratori.

Tornando all’argomento specifico di queste righe, nel garantire la qualità della scuola statale dovremo diminuire il numero degli studenti per classe, dando semmai risorse aggiuntive per il sostegno e per l’inclusione dei soggetti deboli. E qui siamo al punto di partenza: l’istruzione è una risorsa per il Paese, un investimento che un Paese serio fa su sé stesso e sul suo futuro: continueremo dunque a contrastare i tagli massicci alla spesa voluti ed attuati dal governo Berlusconi, per il quale sembra invece che la scuola pubblica sia solo un inutile peso per la finanza pubblica. Alle famiglie italiane va garantito un sistema scolastico da paese avanzato e non da terzo mondo, e quindi dovremo tornare ad investire sulla Scuola - e sull’Università, altro punto dolente - sia come personale addetto (in termini di assunzioni e di stipendi dignitosi, cioè europei) sia investendo nelle strutture, a cominciare dal risanamento di quelle fatiscenti, unendo così il Paese che deve trovare una sua più forte unità anche a partire dalle aule scolastiche.

Ovviamente quelle di cui ho parlato qui sono solo una parte delle cose che penso dobbiamo cominciare a dire e poi proporci di fare. A tal proposito a Treviso nel maggio scorso si è costituito un “Gruppo Scuola” di SEL che sta lavorando a configurare un quadro generale ben più ampio ed articolato di proposte per una scuola diversa da quella che la destra sta concretizzando, un progetto che rappresenta una svolta culturale grazie alla quale potremo invece, in un futuro possibile, giungere ad avere una scuola migliore, una scuola di tutti e per tutti.

 

20 luglio 2010

Ultimo aggiornamento Mercoledì 21 Luglio 2010 15:14