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Scritto da Mattia Bertin
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Lunedì 30 Agosto 2010 09:37 |
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Con questo pezzo si sposta finalmente qui la rubrica settimanale di Francesco Indovina, già parte del sito nazionale di Sinistra Democratica. Sarà parte dei documenti della scuola di politica, luogo che vuole essere lo spazio di autoformazione del nostro erigendo partito.
Buona lettura.
Mattia
Diario 87 16-29 agosto Francesco Indovina
Nuovo patto sociale? Perché no! Da più parti si chiede un nuovo “patto sociale”, è una domanda indecente se la richiesta sotto intende una riduzione dei diritti, non è oscena se intende prendere atto dei mutamenti della società (che resta capitalista) e su questa base aggiornare (espandere) i diritti dei cittadini. Bisogna sapere che un “nuovo patto sociale”, come lo si deve intendere a sinistra, non può essere un “dono”, ma non può che essere il risultato di un conflitto e di una elaborazione collettiva. Se ne può cominciare a parlare? Non è casuale che oggi il nuovo patto sociale viene richiesto da chi (Fiat) un conflitto contro i lavoratori ha aperto e conduce con grande determinazione infischiandosi delle stesse “regole” vigenti. È bello sentire Marchione discettare sulla fine del conflitto capitale/lavoro mentre egli ha scatenato un conflitto a più livelli in nome del capitale (che egli la chiama “fabbrica Italia”) contro i lavoratori. Ma non c’è da meravigliarsi: questa è l’epoca della menzogna acclamata. Il lavoro non può non fare parte consistente di tale patto. Bisogna esaltare l’idea che il “fare” sia un elemento costitutivo dell’essere sociale, ma il lavoro deve essere sicuro, svolgersi con piena dignità, garantito, per tutti e assicurare un livello di vita dignitoso. Lo sviluppo capitalistico, le innovazione tecnologiche, le condizioni di mercato globale, non sono in grado di assicurare alle condizioni oggi date tutto questo. Si tratta di modificare, quindi, le condizioni date: la garanzia di lavoro per tutti può essere ottenuto da un minore lavoro di ciascuno, da un impegno nel corso della vita diverso da quello attuale, mettendo assieme le esigenze della vita individuale con quella della produzione. È possibile e si deve fare. Al minor lavoro per la realizzazione del reddito può corrispondere un impegno programmato e progettato di lavoro sociale di ciascuno secondo caacità. Collegato strettamente a quello del lavoro è il problema del ventaglio dei redditi. Il capo della Fiat ha citato il pensiero di Berlinguer a proposito dell’austerità. Spero, ma non si sa mai, che il riferimento non fosse ai suoi operai o ai lavoratori in genere che all’austerità sono costretti. Il ventaglio dei redditi è una questione fondamentale non solo sul piano delle diseguaglianze e dell’equità, ma anche della compattezza sociale e del ruolo delle istituzioni collettive. La libera differenziazione dei redditi non è, o non è solo, stimolo all’”intraprendenza”, ma piuttosto fonte di malversazioni, corruzione, e degrado sociale: il denaro diventa il metro di tutto. Non credo che sia ammissibile un ventaglio che superi il rapporto 1/10 o al massimo 1/15, che premia abbondantemente intraprendenza, professionalità e capacità. Al rispetto di questo devono provvedere le istituzioni pubbliche anche con una drastica mano fiscale. Il miglior uso delle risorse non potrà che essere pubblico, poiché in grado di concretizzare obiettivi e bisogni collettivi, ma è certo che la macchina pubblica va disboscata, ripulita, modernizzata. Operazioni che non possono essere risultati di annunzia, ma esiti di comportamenti collettivi adeguati: il cattivo esempio di chi ha maggiore responsabilità è alimento sicuro ad inefficienza, corruzione e indifferenza per i risultati. Il capitalismo (non il mal-capitalismo) lasciato a se stesso, secondo l’ideologia liberista, non è in grado di assicurare una crescita economica, rispettosa di alcuni limiti, con l’occhio teso all’interesse collettivo, esso semina squilibri, diseguaglianze e disoccupazione. Il nuovo patto non può assegnare ad una norma astratta il compito sociale all’impresa, ma piuttosto sarà l’organizzazione pubblica che fornirà indirizzi, vigilerà e controllerà che questo “ruolo sociale” sia effettivo intervenendo a correggere le storture. Non si tratta di coartare la “intraprendenza”, ma al contrario di facilitarla, aiutarla, in un contesto di regole e di indirizzi generali. Non è un problema di più o meno mercato/ stato, ma di una collettività che attraverso processi democratici e partecipati governi il proprio futuro assegnando priorità all’interesse collettivo. I diritti di cittadinanza acquisiti, almeno formalmente, devono essere mantenuti e ampliati: istruzione, salute, casa, ecc. non possono essere messe in discussione. Si tratta di individuare i meccanismi che li rendano effettivi, efficaci ed efficienti. Disboscando in ciascuno di questi settori non solo malversazioni, non solo inefficienze, ma corruzione, privatizzazioni costose ed inefficaci.
Così va cancellata l’imbroglio della “pensione privata integrativa”, l’unico fondo pensione deve essere amministrato dallo Stato, se la dinamica demografica e quella dell’occupazione non garantiscono una gestione in pareggio, si aumentino le trattenute, ma si impegni l’istituto a gestire i fondi in investimenti immobiliari per case da dare in affitto con un rendimento netto del 3% , garantendo così il mercato dell’affitto a prezzi equi e la pensione agli anziani (fermo restando che nella nuova organizzazione del lavoro prima delineata l’età pensionabile diventa una variabile a secondo del lavoro, della condizioni individuali, ecc.). Va definito un campo di pura ed esclusiva pertinenza individuale nel quale le istituzioni pubbliche non devono intervenire a meno di trasgressione di norme. Si tratta delle libertà individuale relative a credenze religiose e filosofiche, alla cultura, ai rapporti interpersonali, alle tendenze sessuali, alla libertà di movimento, di comunicazione, ecc. È tutto? Credo proprio di no, ma forse conviene iniziare a discutere a riflettere anche perché ha lo stesso senso la richiesta che viene da più parti a sinistra di un “progetto di società”.
Bondi e il male città Il ministro Bondi, ministro della cultura, ha perso una grande occasione per stare zitto dato che gli risulta impossibile dire cose sensate. Nel suo messaggio per l’inaugurazione della Biennale di architettura di Venezia, non ha avuto niente di meglio da dire che la causa delle nostre brutte periferie, delle nostre brutte città non è che attribuibile all’urbanistica, da qui vanno azzerati vincoli e pastoie. Ministro perché lei sia informato quelle cause che assegna all’urbanistica vanno in realtà attribuite alla speculazione edilizia, alle costruzioni fuori di ogni norma che i governi, soprattutto quelli di centro destra, hanno premiato con i condoni, al mancato controllo delle dinamiche urbane e territoriali, a “grandi opere” spesso inutili e distruttive, insomma alle “cricche” e alle “cosche” di varie epoche e luoghi, ma tutte determinate a farsi un baffo delle regole urbanistiche. Questo non vuole dire che non ci siano stati dei brutti piani, ma proprio perché la crescita dell’urbanizzazione ha disatteso ogni pianificazione anche questi non hanno potuto fare molti danni.
Non ha senso politico Il cavaliere Berlusconi non ha senso politico né strategico. Solo un ingenuo, arrogante e narcisista si poteva finire stretto tra la tenaglia di Bossi e di Fini e in una situazione dalla quale qualsiasi via di uscita sarà per lui “costosa”, in termini politici e di consenso.
Non è generoso Nonostante la vulgata che cerca di diffondere l’idea di un cavaliere Berlusconi generoso (compresa le bigiotteria regalata alle sue ospiti) la realtà è molto diversa. È messa in evidenza dall’interruzione della trattativa con la moglie per la divisione (offerte miserabili, pare, rispetto al suo patrimonio). Ormai, almeno così si dice, si andrà davanti al giudice senza un accordo. Ma la sua “avarizia” (o che cosa d’altro?) gli costerà cara: una divisione per colpa non è in genere poco leggera per il colpevole (ne mi pare possa funzionare la diffamazione del “suo” Il Giornale).
Non è un grande comunicatore Si capisce che la preoccupazione principale del cavaliere Berlusconi sia quella dei suoi processi, ma un “grande comunicatore”, come crede di essere e come gli viene riconosciuto (barzellettiere, gaffeur, scherzoso, impertinente, ecc.), deve anche porsi il problema del suo pubblico e del pubblico in generale. Egli pensa che i cinque famosi punti siano l’epifania che l’opinione pubblica si aspettava? Si, pare proprio che pensi questo, non si preoccupa minimamente della condizione del paese; è anche ministro dello sviluppo, seppure ad interim, ma di lavoro e sviluppo neanche una parola. La figlia di una mia amica doveva scegliere la facoltà, qualcuno insisteva perché si scrivesse a lingue e lei obiettò “mi scrivo a lingue, saprò diverse lingue, ma non avrò niente da dire in queste lingue”. Il Cavaliere è in quella prevista condizione “grande comunicatore, ma non ha niente da comunicare” (tranne i propri interessi). |
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LA SINISTRA PER IL XXI SECOLO |
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Scritto da Mattia Bertin
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Domenica 11 Aprile 2010 19:04 |
LA SINISTRA PER IL XXI SECOLO
In questa parte del sito pubblicheremo analisi, spunti, proposte e ogni altro materiale che sia utile per alimentare la discussione sui contenuti che dovrebbe, potrebbe avere la Sinistra del secolo XXI.
Di materiali si tratta, quindi di elementi che potranno e dovranno essere sottoposti alla discussione e valutazione collettiva.
Nuovo “patto fiscale” (F.I.)
Le informazioni sulle dichiarazioni dei redditi del 2008 rese pubbliche in questa settimana dal Ministero delle finanze mettono in luce diversi elementi “scandalosi”. Il primo, quello più evidente, è il bassissimo numero, relativo e assoluto, delle persone che dichiarano i redditi più alti: tra 100 e 150.000 euro annui si collocano 248.000 persone circa, pari allo 0,6% dei contribuenti; mentre oltre un reddito di 150.000 euro si collocano 150.000 contribuenti circa, pari allo 0,4% del totale. Dati credibili? Non di certo, soprattutto se si tiene conto che tra questi si collocano anche un certo numero di “lavoratori dipendenti” (dirigenti pubblici e privati, manager, ecc), con trattenuta alla fonte; sul totale dei 398.000 che denunzia un reddito superiore a 100.000 € si trovano, infatti, 233.000 circa “lavoratori dipendenti). Insomma, questa frazione di redditi è la dimostrazione palese di un’evasione (in certi casi elusione) di proporzione molto rilevante.
Ma non meno scandalosi sono i redditi più bassi. In genere l’attenzione è focalizzata sula fascia dei redditi alti, di cui spesso, nelle varie città, si pubblicano, giustamente i nomi. Ma i redditi inferiori presentano due elementi di scandalo: da una parte, quando veritieri, danno almeno in parte la dimensione della “scarsità di mezzi”, in alcuni casi di vera povertà, ma nell’altro caso danno dimostrazione dell’evasione o più elegantemente elusione.
Le persone che hanno dichiarato redditi inferiori a 1.000 € sono risultati ben 2.760.000 circa (tra i quali più di 500.000 hanno dichiarato redditi negativi).
Se ci soffermiamo alla fascia dei redditi compresi tra zero e 1.000 € (2.275.202 contribuenti) troviamo: 779.754 lavoratori dipendenti; 270.209 pensionati; 53.632 redditi d’impresa; 383.930 redditi di lavoro autonomo; ecc. Fa un po’ impressione, che l’esaltazione del “lavoro autonomo”, come nuova e, per qualcuno, più avanzata forma di lavoro, non trovi corrispondenza nella dichiarazione dei redditi. I contribuenti che hanno dichiarato redditi da lavoro autonomo sono risultati 795.000 (il totale dei contribuenti sono 41 milioni), per un reddito totale di 31 miliardi di € (pari ad un reddito medio di 39.000 €, la media complessiva è di 19.000 €). Il peso del lavoro autonomo sul totale del reddito complessivo risulta essere inferiore al 4%. Queste cifre ci dicono che c’è qualcosa che non funziona.
La media dei redditi dichiarati è di circa 18.900 € , mentre la fascia di redditi con il maggior numero di contribuenti è quella compresa tra 15 e 20.000 euro (6.935.000 mila persone pari al 17% circa).
2.275.000 circa persone (pari allo 5%) dichiarano un reddito compreso tra zero e 1.000 euro, cioè la fascia povera (ma non sappiamo quanti evasori ricchi si nascondono in questa fascia), mentre 545.000 contribuenti (poco più dell’uno percento) denunziano un reddito negativo o pari azero.
In epoca di federalismo fiscale, vale la pena dare uno sguardo alla situazione delle regioni. Nella tabella, alla prima colonna si trova la distribuzione percentuale del “valore aggiunto” nazionale; l’ammontare (000€) dell’imposta netta pagata in ciascuna regione, nonchè la media di imposta netta pagata da ciascun contribuente in ciascuna regione; segue la distribuzione percentuale dell’ammontare dell’imposta netta tra le varie regioni e, infine la differenza tra la percentuale di imposta netta pagata in ciascuna regione meno la percentuale del valore aggiunto prodotto in ciascuna regione.
Rispetto alla media di imposta netta media per contribuente di 4.700 € , le regioni che stanno sopra questa media sono sette: Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Liguria, trentino Alto Adige, Emilia-Romagna, Lazio; tutte le altre stanno sotto la media, ma le differenze non sono così rilevanti come ci si poteva aspettare. La differenza tra le media nazionale e le Regioni più lontane sono, verso l’alto con il Lazio (5.740) con una differenza di poco più di mille euro, mentre verso il basso la differenza massima si ha con la Basilicata (3.370) con una differenza di 1.400 €.
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Regione
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% Valore aggiunto
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Ammontare (000€)
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Media (000€)
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%ammontare
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%Tas-%V.A..
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Piemonte
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8,12
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12.515.746
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4,73
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8,56%
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0,44
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Valle d'Aosta
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0,25
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385.969
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4,75
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0,26%
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0,01
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Lombardia
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21,19
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33.076.299
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5,69
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22,63%
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1,44
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Liguria
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2,79
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4.729.978
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4,88
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3,24%
|
0,25
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Trentino Alto Adige
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2,08
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3.009.619
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4,89
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2,06%
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-0,02
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Veneto
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9,54
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12.927.645
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4,58
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8,85%
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-1,31
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Friuli Venezia Giulia
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2,32
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3.473.806
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4,55
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2,38%
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0,06
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Emilia Romagna
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8,81
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13.324.370
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4,86
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9,12%
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0,31
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Toscana
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6,70
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9.899.695
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4,57
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6,77%
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0,07
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Umbria
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1,39
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2.035.764
|
4,09
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1,39%
|
0
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Marche
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2,63
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3.477.779
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3,99
|
2,38%
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-0,25
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Lazio
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10,92
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16.612.371
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5,74
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11,37%
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0,45
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Abruzzo
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1,80
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2.397.192
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3,74
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1,64%
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-0,16
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Molise
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0,41
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522.585
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3,67
|
0,36%
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-0,05
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Campania
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6,17
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8.194.527
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3,96
|
5,61%
|
-0,56
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Puglia
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4,50
|
5.958.560
|
3,55
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4,08%
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-0,42
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Basilicata
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0,72
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838.211
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3,37
|
0,57%
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-0,15
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Calabria
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2,15
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2.509.800
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3,44
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1,72%
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-0,43
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Sicilia
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5,39
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7.279.371
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3,86
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4,98%
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-0,41
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Sardegna
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2,13
|
2.942.741
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3,84
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2,01%
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-0,12
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errati
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55.011
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1,25
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0,04%
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TOTALE
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100,00
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146.157.039
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4,7
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1,00
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La tabella mostra altre cose interessanti, se si osserva l’ultima colonna. I dati ci dicono quali sono le regioni che contribuiscono percentualmente all’ammontare dell’imposta netta rispetto alla percentuale di produzione del valore aggiunto. La Lombardia e la regione che presenta la differenza positiva maggiore (paga più quote di imposta rispetto alla quota di valore aggiunto) + 1,44 punti percentuali; mentre il Veneto è la regione che contribuisce in misura minore – 1,31 punti percentuali. In generale, con l’eccezione di Veneto e Trentino che tra le regioni del Nord presentano valori negativi, i valori negativi si ritrovano al Sud (si osservi che l’indicatore precedente non ha specifico riferimento all’evasione, ma pur tuttavia vi è vicina). Si tenga conto che ogni 0,1 punto percentuale, in meno o in più vale circa 146.000.000 di euro di imposta.
Ogni tanto si riparla di “gabbie salariali”, vale la pena di osservare che una differenziazione del reddito di lavoro è fortemente presente a livello territoriale, certo non si tratta proprio di gabbie salariali perché su questi valori incide anche la composizione del lavoro, ma si tratta di un dato di un certo valore. La media nazionale del reddito da lavoro dipendente è pari 19.640€ . Il ventaglio intorno a questa media è molto esteso: si va dai 23.220 della Lombardia ai 14.490 della Calabria con una differenza in Lombardia pari a +3.600 e per la Calabria pari a -5.150, in termini percentuali rispetto alla media si ha Lombardia +18% e Calabria -26%.
Il reddito del lavoro autonomo presenta una media nazionale pari a 38.890€, a parte i dati della Lombardia e Trentino il cui scarto è di circa 8.000 euro rispetto alla media nazionale; le regioni del nord presentano degli scarti inferiori (intorno a 2-3.000 €), e il Lazio che è poco superiore alle media, tutte le altre regioni, dalla Toscano compresa, presentano valori inferiori ed anche spesso molto inferiori fino ai 25.000 € (meno circa 14.000 rispetto alla media nazionale) della Sicilia.
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L’analisi di questi dati potrebbe continuare ma non pare questa la sede adatta ad andare oltre, è bastato mettere in luce le maggiori anomalie. Cosa succederà con il federalismo fiscale non è chiaro, forse non lo sa neanche il Ministro Tremonti, e sarà per questo che nonostante la sua fede leghista, legata a questioni di potere, è restio a dare indicazioni.
Una cosa, tuttavia, è nota : il rapporto “cittadino/fisco” è molto inquinato dalla litania, sempre ripetuta, della necessità di ridurre le tasse. Ma forse la “sinistra” dovrebbe fare un discorso diverso, invece di alimentare questa sorta di vandea fiscale.
Intanto diciamo che non esistono aliquote più etiche di altre o più eque di altre. Le imposte sono la risorsa necessaria per poter fornire ai cittadini le strutture per rendere reali molti dei diritti di cittadinanza, per garantire l’ambiente da tutti i punti di vista, per curare e manutenere città e territorio, per le infrastrutture, per la sicurezza, scuola, ospedali ecc. La soddisfazione dei diritti di cittadinanza e sociali costituisce la premessa per una società meno squilibrata, meno ingiusta, più condivisa.
Se così fosse allora, fermo un rigido principio di progressività dell’imposizione (il 10% di un reddito di 10.000 € è molto più pesante di un 60% di un reddito di 300.000€), le aliquote di imposta saranno stabilite sulla base della necessità che la collettività esprime. Si potrebbe a periodi di anni stabiliti definire le necessità finanziarie e su questa base stabilire le aliquote di imposta. Tra queste necessità vanno anche considerate le necessità per il “reddito di cittadinanza” da garantire, temporaneamente, a chi non ha un reddito sufficiente per la sopravvivenza ad un minimo livello di civiltà, affermando un principio di equità sociale.
Un tale sistema ha bisogno di un nuovo “patto fiscale tra cittadini e stato” basato su trasparenza, severità, obbligatorietà e precisi rendicontazioni.
L’evasione fiscale deve essere considerato un “reato contro la collettività” e come tale sanzionato, e non come ora di fatto premiato (vedi lo “scudo fiscale” che ha premiato quanti avevano illegalmente esportato capitali). Il concetto di “condono” deve essere espulso dal linguaggio e dal pensiero politico, non solo in questo campo ma in tutti i campi; il condono di fatto è un premio per i furbi, una società che aspira ad essere civile, forte di virtù laiche, equa e rispettosa dei diritti e dei doveri dei suoi membri non può premiare i furbi.
La manovra fiscale non deve essere usata dal governo in carica perché cerchi di guadagnare consenso, deve diventare per quanto possibile uno strumento “oggettivo”, così come si evidenzia dal fatto che su tale questione non sono ammessi referendum. Oggettivo non significa estraneo alla politica, ma soltanto che proprio sulla base del principio di trasparenza sia possibile avere perfetta cognizione del “quanto” e a “quale fine”.
Sono favole quelle che ci raccontano circa la relazione “inversa” tra carico fiscale e crescita economica; paesi con molta più alta pressione fiscale hanno livelli di crescita rilevanti, molto più alti dei nostri e viceversa paesi con pressione fiscale più bassa hanno livelli di crescita inferiori ai nostri. Non è tanto il carico fiscale quello che aiuta o ostacola la crescita economica, ma la distribuzione del prelievo e la sua utilizzazione.
La sinistra che assumesse la battaglia per il taglio delle tasse adotterebbe una semplificazione perdente. Il tutto ulteriormente complicato dal federalismo fiscale; il problema è quanto, come e perché.
Francesco Indovina
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